Campo Testaccio

Progetto pubblico unitario dell’ambito compreso tra Via Marmorata, via Galvani, via Zabaglia, via Caio Cestio e progetto definitivo del sub-ambito di via Paolo Caselli per artigianato di servizio e studi di artista

Concorso di progettazione

 

Project team: G. Corbo, J. Costanzo, V. Guerrisi

Collaborators: A. Tanzola, C. Tascioni + M. Conte

 

Una certa liturgia tipica delle aree portuali — approdo, custodia, smistamento — sembra permanere tutt’oggi nel quartiere, financo nelle strategie che hanno guidato il progetto.

L’area d’intervento è un segmento nevralgico di Roma, ricca d’interesse storico-architettonico e naturalistico, adeguatamente collegata dal trasposto pubblico urbano. Nonostante la sua centralità, l’area non è mai stata integrata con il contesto circostante e ad oggi le principali assialità della zona mal si sposano con le emergenze architettoniche che si sono con gli anni sviluppate.

Al fine di introdurre da subito la funzione sportiva il campo è progettato per essere collocato esattamente dov’era un tempo andando ad ampliarlo poi quando le aree limitrofe saranno libere dalle costruzioni abusive.

L’anello rosso catalizza una serie di architetture confetti.

Un recinto attrezzato, concepito come diafano, ottimista, atto a farsi attraversare.

Il nuovo porticus circolare delimita un’area dentro e fuori la quale modeste architetture metafisiche preparano una rifunzionalizzazione del tessuto.

I confetti divengono custodi di una serie di tracce interne all’area e che le orbitano attorno.

Gli atelier d’artista si adeguano organicamente al tracciato curvilineo del disco, come i volumi spontanei dell’ex borgo Caselli.

La rinnovata Bocciofila Piramide diviene un elemento longitudinale regolatore, che pareggia la polveriera, invitando attraverso un invaso — la nuova Piazza Prati del Popolo Romano — ad esplorare l’area.

L’ Urban Lab 800, dialoga con la maglia ottocentesca retrostante di Testaccio, punto di approdo per chi giunge da nord.

Il chiosco cilindrico, immerso nel canneto, omaggia le precarie architetture dei campi nomadi, i baretti dei campi da calcio di periferia, i caffè d’artista.

I confetti, divenuti custodi (e viceversa), possono quindi intendersi come oggetti transizionali; aiuteranno Testaccio a procedere in questo nuovo capitolo della sua storia urbana.